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KARAKORUM
Nel 1220, Genghis Khan decise di edificare la capitale del suo vasto impero mongolo a Karakorum. Dopo la morte del sovrano, la città fu completata da suo figlio Ogedai Khan, ma ricoprì il ruolo di capitale solo per 40 anni, quando Kublai Khan decise di trasferirla nell'odierna Pechino. Subito dopo il trasferimento, che causò il declino dell'impero mongolo, Karakorum venne abbandonata e, in seguito, distrutta da orde di soldati mancesi. Quel che rimase fu utilizzato nel XVI secolo per costruire il monastero Erdene Zuu.

No, non ora, non qui in questa pingue immane frana
no non ora non qui, no non ora non qui
se l'obbedienza è dignità, fortezza
la libertà è una forma di disciplina
assomiglia all'ingenuità la saggezza
ma non ora non qui, no non ora non qui
io, in attesa, a piedi scalzi e ricoperto il capo
canterò il vespro, la sera
Ecco che muove e sgretola dilaga
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l'ultimo proclama una totale estraneità
tu, con lo sguardo eretto all'avvenire
fisso al sole nascente ed adirato all'imbrunire
tu non cantavi mai la sera, non cantavi mai
no non ora non qui in questa pingue immane frana
no non ora non qui no non ora non qui
se l'obbedienza è dignità fortezza
la libertà una forma di disciplina
assomiglia all'ingenuità la saggezza
ma non ora non qui, no non ora non qui
tu non cantavi mai la sera, non cantavi mai
tu non cantavi mai la sera, non cantavi mai
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10 giugno 2005
La repressione delle eresie: i catari
Uno degli ostacoli alla politica accentratrice della Chiesa di Innocenzo III fu il diffondersi dell’eresia càtara, la cui origine e la cui distruzione ad opera di una sanguinosa crociata sono sintetizzate nelle pagine seguenti degli storici italiani contemporanei Giovanni Tabacco e Grado Giovanni Merlo. Giovanni Tabacco e Grado Giovanni Merlo Fonte: Da: G. Tabacco-G. G. Merlo, Medioevo. V-XV secolo, Il Mulino, Bologna, 1989
14 dicembre 2003
A partire dagli anni quaranta del secolo XII nella Germania renana, in Fiandra, nel Nord e nel Mezzogiorno di Francia, nell’Italia settentrionale e centrale sono via via individuati gruppi di maggiori o minori dimensioni e dalla fisionomia non ben definita, i cui membri si segnalano in generale per condurre una vita itinerante in povertà e «purezza» e per essere sorretti da un grande slancio ideale. (...) Il catarismo si offrí come sistema alternativo a un altro sistema, quello cattolico-romano, per soddisfare «globalmente» aspirazioni religiose e inquietudini esistenziali individuali e collettive: aspirazioni e inquietudini che dilatavano la loro portata se inserite in processi di definizione di una identità culturale propria da parte di forze politiche e sociali e se ricercate in modo autonomo dall’inquadramento dell’apparato ecclesiastico egemonico. Il catarismo venne cosí proiettato in una dimensione antagonistica, ma inevitabilmente imitativa dell’istituzione contrapposta, e sempre piú condizionata dal quadro sociale: con pregnanza terminologica si è definita l’evoluzione istituzionale del catarismo come «aggregazione mimetica». Lo scontro non poteva che essere intensissimo ed impari, perché il radicamento e la diffusione delle chiese càtare furono tali da spaventare la cristianità raccolta attorno al papato, ma non tali da poter sostenere l’offensiva della cattolicità mobilitata dalla chiesa di Roma. Il pericolo càtaro fu avvertito con paure via via maggiori, ad accrescere le quali intervenne la delusione per gli esiti fallimentari della terza crociata. Varie voci lamentarono lo spreco di vite umane per raggiungere un obiettivo che appariva sempre piú lontano ed estraneo alla christianitas, mentre all’interno dei suoi confini cresceva a dismisura un nemico non meno pericoloso dei musulmani, la multitudo haereticorum [«moltitudine degli eretici»]. Quanto tempo doveva passare perché prendesse corpo la prima crociata non piú contro gli «infedeli», ma rivolta a combattere quanti, ritenuti «nemici del Cristo», se ne proclamavano invece «autentici discepoli»? Già il concilio lateranense III del 1179 aveva esteso i benefici previsti per i crociati di Terra Santa a chi avesse impugnato le armi contro gli eretici della Francia sud-occidentale, gli «albigesi» cosí detti dalla città di Albi, centro di notevole presenza càtara. Nel 1208, dopo che il legato pontificio era stato assassinato mentre si recava in quelle regioni, Innocenzo III proclamò la crociata, militarmente iniziata l’anno successivo. Furono devastazioni e stragi – com’era ovvio prevedere in una guerra sia pur «santa» – e per piú decenni (fino al 1229) si creò una situazione di instabilità politica nel Mezzogiorno francese. Da quella decisione innocenziana la crociata interna alla cristianità divenne uno strumento ideologico ed operativo a cui i papi fecero ripetutamente ricorso per combattere non solo gli eretici, ma gli avversari politici: parallelamente all’estendersi degli ambiti di applicazione del concetto stesso di eresia. D’altra parte, mentre nella cristianità si moltiplicavano le sperimentazioni religiose, oltre che politico-sociali e socio-culturali, in direzione drammaticamente opposta l’organismo ecclesiastico si costruiva in modo sempre piú serrato e il papato assumeva responsabilità supreme in ogni forma di inquadramento, culturale, religioso e politico. La supremazia giurisdizionale della sede apostolica trovava nella lotta antiereticale, confortata dal braccio secolare dei «principi», ulteriori occasioni per costruirsi politicamente.
| inviato da il 10/6/2005 alle 17:38 | |
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9 giugno 2005
Il lama reincarnato che stupisce la Russia
di Giampaolo Visetti, da la Domenica di Repubblica
MOSCA La testa, rasata, suda. Le mani, morbide, sono calde. Il cervello trasmette impulsi elettrici. Le unghie crescono. Il corpo perde e riacquista peso. La pelle, tesa, è elastica. Gomiti e ginocchia si muovono. Naso ed orecchi sono dove ognuno li ha. Gli occhi, intatti, stanno chiusi: qualcuno, raramente, nota le palpebre sollevarsi. Il cuore sembra pronto a riprendere il battito. Vene e arterie sono piene di sangue, di gelatinosa consistenza. Il lama Khambo Itighelov è tornato. Prima di morire, nel 1927, lo aveva promesso. Ora i buddisti russi lo venerano come «il dio rinato ». Sette volte all’anno, nelle feste solenni, la sua cella nel monastero di Ivolghinskij, affacciato sul lago Baikal, si apre ai fedeli. A migliaia lasciano i villaggi dell’estremo Oriente e della Mongolia per accorrere a Ulan-Ude, in Buriazia. Non c’è posto per tutti. Attorno alla cassa di cedro protetta da una campana di cristallo, dove il corpo disteso 78 anni fa è riemerso seduto nella posizione del loto, possono sfilare 15 mila persone al giorno. Per quest’anno gli accessi, aumentati a 130 mila, sono esauriti. Medici e scienziati di tutto il mondo non sanno spiegare il fenomeno. Nei laboratori si esaminano campioni di tessuti, capelli, cartilagini. Le radiografie confermano solo il mistero: gli organi di quella che fu la guida spirituale dei buddisti russi sono perfettamente conservati. Dove si ferma la ragione, accorre la fede. I monaci del “dazan” sono sicuri. Il lama Khambo, dopo aver raggiunto lo stato della “perfetta vuotezza”, è vivo. In lui si è reincarnato il primo capo della chiesa buddista, Pandito Khambo, lama Zajaev. Era nato nel 1702. Morì a 75 anni, promettendo agli allievi di tornare dopo altrettanti. Alla data stabilita, 1852, venne alla luce Khambo Itighelov. Visse altri tre quarti di secolo, confermando a sua volta il ritorno dopo un tempo corrispondente. Alla scadenza, tre anni fa, ha rispettato l’appuntamento. Da allora la vita, identificata con la «trasmigrazione dell’anima », riprende a scuotere il suo corpo: mummificato pur senza aver subìto alcun trattamento. Aveva lasciato il mondo in modo sorprendente. Nel 1917, mentre l’impero degli zar Romanov crollava sotto i colpi dei bolscevichi di Lenin, aveva rinunciato a governare la chiesa buddista. Per dieci anni Khambo Itighelov si era ritirato in un monastero. Sedeva immobile, solo nella cella: «Devo perfezionare — spiegava — il mio spirito». Il 15 giugno del 1927 convocò i suoi discepoli. Chiese che recitassero per lui la preghiera dei defunti: «Auguri di bene per chi se ne va». Gli allievi erano incerti. «Perché maestro — chiesero — dobbiamo recitare questi versi per lei che è sano e forte?». Il lama sorrideva. Li pregò di tornare a guardare il suo corpo dopo 30 anni. Volle che venisse scritto che dopo 75 anni il suo spirito sarebbe stato nuovamente tra loro. Poi, dopo aver pronunciato da sé l’orazione funebre, smise semplicemente di respirare. Lo stupore, dominato dalla paura, ha impedito che venisse cremato. Fu messo nella terra, avvolto in un lenzuolo e cosparso di sale. «Nel 1957 — racconta oggi la direttrice dell’istituto religioso a lui dedicato, Yanzhima Dabaevna — il lama Itighelov è stato esumato. Era intatto, non si è potuto bruciare come prescrive la legge buddista. Nel 2002 la conferma del miracolo. Pesava 37 chili, oggi oscilla sui 42». Nessuno ha diffuso la notizia della mummia reincarnata. Si temeva che attorno al Maestro fiorisse un’ingiustificata idolatria. Poi, misteriosamente, decine e quindi centinaia di fedeli hanno iniziato a battere al portone del convento. «Chiedevano di Khambo — spiega la sua discendente — abbiamo dovuto prendere atto della verità». Il fenomeno è stato contenuto fino a gennaio. Il centro di medicina legale del ministero della salute, assieme all’università di Mosca, esitavano a pronunciarsi. Quindi il verdetto choc: «Gli esami di laboratorio — scrive il professor Viktor Zvjagin — non hanno rilevato nei tessuti organici del corpo qualcosa che li distingue da quelli di una persona vivente». Dieci giorni fa, su richiesta dei monaci, gli esami sono stati sospesi. Il «lama rinato» smette di essere un fenomeno scientifico e si consegna all’insondabilità della credenza. I buddisti dell’estremo Oriente russo, ma anche quelli sparsi lungo il confine cinese, giovedì hanno festeggiato, pregato e ringraziato. Al monastero sono stati fissati i giorni in cui, entro un anno, si potrà onorare il Maestro: 24 aprile, 23 maggio, 10 luglio, 27 settembre, 24 ottobre, 26 novembre, 29 gennaio 2006. «I dubbi sono fugati — dice l’attuale capo dei buddisti, Khambo lama Ajuscejev — gli esperimenti non servono più. Il lama Itighelov è come noi, solo in un stato di assenza. La reincarnazione è compiuta». I monaci della Buriazia ricordano così l’origine dell’enigma. La «mummia vivente», appena onorata anche dall’attore Richard Gere, avrebbe raggiunto il livello di astrazione dal corpo descritto nel 1400 dal famoso lama Bogdo Zonkhavy. «È uno stato paranormale straordinario. Si ottiene attraverso lo svuotamento: un percorso spirituale ignoto, che consente di abbandonare e riacquisire il proprio corpo ». A provarlo, un vecchio verbale della locale guarnigione della polizia russa. «Il lama — si legge — nel pomeriggio correva a cavallo sulla superficie del lago Beloje, come fosse sul selciato». Altri raccontano che fosse in grado di spostarsi fulmineamente: si riduceva ad un punto, riapparendo in un istante ad un chilometro di distanza. Yanzhima Dabaevna ha scoperto che i magici poteri si sono rivelati al ritorno del Maestro dopo vent’anni di studi alchimistici in Tibet. Il monastero, oggi cinese, è stato distrutto. Khambo Itighelov rimane l’ultimo custode del proprio segreto.
| inviato da il 9/6/2005 alle 19:8 | |
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8 giugno 2005
Lucrezio - De rerum natura, libro pimo
La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti turpemente schiacciata dall'opprimente religione, che mostrava il capo dalle regioni celesti, con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali.
Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei. Né le favole intorno agli dèi, né i fulmini, né il cielo col minaccioso rimbombo lo trattennero: anzi più gli accesero il fiero valore dell'animo, sì che volle, per primo, infrangere gli stretti serrami delle porte della natura.
Così il vivido vigore dell'animo prevalse, ed egli s'inoltrò lontano, di là dalle fiammeggianti mura del mondo, e il tutto immenso percorse con la mente e col cuore.
Di là, vittorioso, riporta a noi che cosa possa nascere, che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto.
Quindi la religione è a sua volta sottomessa e calpestata, mentre noi la vittoria uguaglia al cielo.
Questo, a tale proposito, io temo: che per caso tu creda d'essere iniziato ai fondamenti d'una dottrina empia e d'entrare nella via della scelleratezza. Mentre per contro assai spesso proprio essa, la religione, cagionò azioni scellerate ed empie.
| inviato da il 8/6/2005 alle 16:40 | |
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